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Full text of "Il XXIX maggio, 1848 / Ottaviano Targioni Tozzetti."

IL XXIX MAGGIO 

1848. . 



« 



ANNO PRIMO. 



FIRENZE 

1859. 



IL XXIX MAGGIO 1848. 






IL XXIX MAGGIO 



1848. 



ANNO PRIMO 



FIRENZE. 

1859. 



Proprietà letteraria 



A CHI LEGGE. 



Poi che ne fu dato rinnuovare queste solenni esequie,, 
nacquemi in mente il pensiero di metter mano a compor- 
re il libro che oggi ti offro. — Ma il tempo stringeva; 
onde i molti scrittori ed amici invitati da me, non tutti 
poterono, come era pur loro desiderio, favorire la impresa. 
La qual cosa se ci fa lamentare da un lato il difetto delle loro 
scritture, d'altra parte ha potuto mantenere questo quinter- 
netto nella misura proporzionata al tenue prezzo che con- 
veniva assegnargli. Ed a ciò doveasi in ogni maniera avere 
rispetto ; avvegnaché ricordando queste carte quei primi e 
gagliardi tentativi d' indipendenza nazionale , d' onde usci- 
rono quasi intieramente questi nostri tempi migliori , elle 
hanno da essere nelle mani del popolo e massime de' gio- 
vani. I quali troppo sarebbe doloroso, se presi alle cose 
odierne, che è da sperare felicissime, lasciassero dimenticati 
coloro che coi sacrificii innumerabili, e col valore e col san- 
gue, le aveano preparate. 



Che se la Raccolta presente m' è venuta imperfetta e pel 
disordine e per altre negligenze, io domandandone umile per- 
dono a chi vorrà riprendermene, fo voto, e con quanto affetto! 
di tornare, se piaccia a Dio , un altr' anno a deporre più 
composta e più bella ghirlanda sulla pietra de' martiri no- 
stri. Certo è che alcuno non vorrà rimproverarmi come 
colpa la unione in queste carte di nomi che per avven- 
tura possono reputarsi dissonanti fra loro : ed in fatto , 
quali augurii potremmo fare per le sorti migliori di questa 
terra se i figli di lei anche schivassero di piangere insieme 
sulla tomba de' martiri loro fratelli? — Né in ciò credo in- 
gannarmi. A ogni modo, io non fui mosso che da affetto 
vero e carità della Patria mia. 

Ottaviano Targioni-Tozzetti. 



PARTE PRIMA 



DI FILIPPO UGOLINI. 



PER L'ANNIVERSARIO IN SANTA CROCE 

DEI TOSCANI MORTI 

IN CURTATONE E MONTANARA. 

Il giorno in cui la Toscana onora con pompe funebri e 
prega il Dio de' forti per le anime di coloro che già caddero 
per la Patria, è giorno di lutto pubblico, irradiato però da 
vivissima speranza. Il sangue toscano, onde rosseggiarono 
i campi di Curtatone e Montanara, misto a quello di altri 
prodi sparso nella guerra santa, fecondò la terra italiana e 
portò i suoi frutti. Calpestò, è vero, il cavallo del superbo 
straniero quelle zolle insanguinate; ma la virtù, infusavi da 
quel sangue, non potè soffocare. Come la religione di Cristo 
si dilatò coi màrtiri, cosi la religione della Patria, il cui 
amore in noi piove da Dio , si rinforzò e allargossi col 
sangue. 

Oh generosi ! oggi preghiamo per voi, sciogliendo un obbligo 
di pietà e insieme di gratitudine. Ecco: queste tavole di bronzo, 
in cui sono incisi gli onorati e benedetti nomi vostri, tornano 
ad ornare le pareti di Santa Croce, plaudenti le grandi om- 
bre di Dante, del Machiavelli, di Michelangiolo, e di Vitto- 
rio. Voi foste dannati all'esilio, dopo morti; ciò non fa mera- 
viglia a noi, che testé vedemmo una regia benignità, non 



— 40 — 

contenta di liberare dall'orrido carcere decenne pochi semi- 
vivi, tanto largheggiare da estendere questa grazia anche ai 
morti. 

Noi preghiamo, oggi, prima per voi di Montanara e Cur~ 
tatone ; poi per una schiera innumerevole d' infelici che vi 
precedettero e vi seguirono. Preghiamo per centocinquan- 
tamila Napoletani spenti in guerra di libertà; e (allora e in 
séguito) morti nelle carceri o nei supplizi (*); preghiamo per 
Eleonora Fonseca, per Mario Pagano, pel Cirillo, pel Carac- 
ciolo, per Ciro Menotti, pei fratelli Bandiera, per Pisacane. 
Preghiamo pel magnanimo Carlo Alberto, primo soldato d' Ita- 
lia e morto per lei in terra lontana; e pe'suoi forti compagni 
caduti per noi ; preghiamo per quei tanti che, per iniqui giu- 
dizi o di guerra o di stato, ebbero rotto il petto da palle solda- 
tesche, o furono consegnati al boja; preghiamo pei 300 di Ro- 
magna, condannati in fascio dal cardinal Rivarola ; preghiamo 
per chi morì illacrimato, ramingando in terra d' esilio; per 
chi mori d'angoscia; per chi morì di stenti e di fame; pei 
condannati senza difesa, o da giudici corrotti ; per chi fu 
sentenziato a vent'anni di ferri per un sigaro; per chi, spro- 
fondato nell' inferno dello Spielbergo, ne uscì cadavere ; pei 
morti sotto il bastone ; per le donne milanesi a cui straccia- 
rono pubblicamente le carni le verghe austriache ; pei caduti 
nei giganteschi moti di Milano e nell' eroica difesa di Roma 
e Venezia ; pei lombardoveneti infelicissimi ; per la forte Ro- 
magna, battuta e calpestata, ma non mai doma, e indoma- 
bile; per chi, all'osceno spettacolo dell'agonia della Patria, si 
troncò i giorni con ferro o con veleno ; per quei tanti , 
senza numero, a cui le sciagure pubbliche e proprie ac- 
corciarono la vita. Per milioni di vittime, immolate dal- 
l'Austria e da' suoi proconsoli, noi preghiamo, 

(*) Vedi il fine dell' ultimo volume del Colletta. 



_ \\ — 

Oh generosi di Curvatone e Montanara ! L'immensa bontà di 
Chi pianse sopra Gerusalemme già vi avrà inalzati al suo am- 
plesso, come inalzò i Maccabei: deh! voi, e tutti voi che moriste 
per la Patria, prostratevi al suo trono in questi momenti su- 
premi ; e supplicatelo a benedire alle armi nostre, e a quelle 
del Giusto, Magnanimo e Potente che combatte con noi. Im- 
petrate, che queste onoranze funebri e i solenni suffragi che 
oggi qui per voi celebriamo, possano, liberamente e presto, 
rinnovarsi in tutte le Chiese d' Italia. 



^-^ 



\% 



DI F.-D, GUERRAZZI 



Leonardo Romanelli mi scriveva : 

« Fammi Y epigrafe pei prodi morti a Curtatone e a 
Montanara, da collocarsi sopra la porta maggiore del nostro 
Duomo nello imminente anniversario del 29. » 

Ed io rispondeva : « Eccola, — favilla ardente, che mi 
scoppiò dal cuore. » 

ESEQUIE 

AL MORTI. SU. I. CAMPI. DI. CURTATONE. E. DI. MONTANARA 

COME. LE. PAROLE. COMPARSE. AL. BANCHETTO. DI. BALTASAR 

ANNUNZIARONO. LA. RUINA. DEL. REAME. DI. BABILONIA 

COSÌ. QUESTO. TITOLO. SEGNATO. IN. FRONTE. ALLA. CASA. DI. DIO 

SIA. SENTENZA. DI. MORTE. PER. LO. IMPERIO. DELL'. AUSTRIA 

NON. PER. VENDETTA. DEL. NOSTRO. SANGUE. SPARSO 

MA. PERCHÈ. OPPRESSE. OPPRIME. E. PURE. INTENDE. OPPRIMERE 

E. PATRIA. E. LIBERTÀ 



(( Non la scrivete in nero, bensì con la sinopia ; colore 
di sangue ; se le lacrime avessero un colore, direi : mescola- 
teci anche di quello. » 



3 



LA PATRIA 



RENEUlZIONje: — Hlllin/lfltl 



§ I. 

Mia madre talora mi ha sgridato, e mio padre qualche- 
volta mi ha percosso : ma tu, Patria, o sia che da te mi 
partissi, ovvero a te ritornassi, mi hai sempre riso. Mia ma- 
dre mi ninnò dentro la culla cantando, ma io piangendo le 
recitai il Miserere sopra la fossa. Mio padre mi addestrò le 
mani ai primi tiri , ma io quando la morte lo chiamò gli 
composi sul petto in croce le sue prima di chiuderlo dentro 
la cassa. Tu poi, o Patria, appena uscito al mondo mi con- 
solasti con la luce e col calore, vivo mi nutrisci col tuo 
seno, e nel tuo seno sazio di giorni mi raccoglierai. Perpe- 
tua madre, tu non ti stacchi in verun tempo i figliuoli dalle 
braccia: tu doni sempre, e non ricevi mai. — Benedettala 
Patria ! 



II 



Bella la Patria mìa ! Tu in grembo al mare rassembri 
quasi un mazzo di fiori messo in fresco dentro un vaso di 
cristallo. Satana stesso passandoti allato, nel contemplarti tanto 
divina, per forza d' amore ti ebbe a salutare come l'Arcan- 
giolo fece a Maria. — Ave, Italia, piena di grazia! furono udite 
a dire le labbra del Diavolo ; ma il Tedesco è venuto, ha 



■— 14 — 

visto le magnificenze del tuo ingegno, le glorie delle tue an- 
tiche libertà, e la vipera dell' astio gli morse il cuore : al- 
lora egli adattò sopra il suo arco due strali ; con uno, che 
gli dette Giuda, ti ferì 1' ala destra; con 1' altro, che gli porse 
Attila, sotto 1' ala sinistra. nobile falco pellegrino, ecco tu 
giaci in terra, e del tuo sangue è rossa l'aria, intantochè un 
grido corre di valle in valle pei tuoi casolari: — la Patria è 
spenta! — Lo straniero si ammanniva a strapparti ingegno, 
libertà, figliuoli, e favella, e memorie, come il cacciatore co- 
stuma con le penne dell' uccello poiché lo ha morto. — Male- 
detto lo straniero ! 

§ ni. 

Oh! no. La Patria non è spenta ancora. Che cosa vuoi 
per riaverti, o Patria? Il nostro sangue? Gli è poca cosa; 
V uomo sparnazza questo liquore delle sue vene peggio del 
liquore della vite. Vuoi la nostra vita? La è piccola cosa: 
ella quotidianamente si disperde come spuma di cavallone 
rotto sopra la costiera della morte. Vuoi la nostra fama? 
Ella è poca cosa: fumo d'incenso, che il fuoco abbruciando 
consuma. Noi ti daremmo anco l'anima quando pure dan- 
dola a te la togliessimo a Dio: ma questa è una stolta pa- 
rola ; Dio e la Patria sono una cosa sola. — Benedetta la Patria! 



IV 



Vuoi sapere dove sia la reggia dello straniero? Quando 
incominci a vedere costole e stinchi di morti per la via, di : 
io sono sul cammino che mena alla reggia dello straniero. 
Quando ti occorreranno come davanti l'apertura dell'antro di 
Polifemo cumuli di teschi, fermati: cotesta è la reggia dello 



— 13 — 

straniero. Vuoi ammirare il tempio delle glorie dello stranie- 
ro? Eccolo là; riconoscilo ai trofei di mani di donne recise, 
di viscere palpitanti strappate dal corpo dei vecchi , di te- 
schi di pargoli infranti alla parete. Vuoi sapere quello che 
semina tra i popoli lo straniero? L'odio e la morte. Quello 
che vendemmia, e che miete? Maledizione, e sangue. Vuoi 
tu leggere la storia dello straniero? Ecco, ei la stampa dove 
passa con caratteri di fuoco e di rapina. — Guardate le mine 
fumanti di Sermide, ha detto lo straniero, ed imparate. — 
Noi abbiamo guardato, ed imparato a gridare: — Maledetto 
lo straniero ! 

§ v. 

I cristiani accesi a illuminare le mense furono immani- 
tà di Nerone ubbriaco, ma sollazzi di Austriaci digiuni sono 
i cristiani impegolati ed arsi. La cenere dello Zima urla al 
cospetto di Dio. — Maledetto lo straniero ! 

'§ vi. 

Lo straniero ha detto nel suo cuore : — Dio non è : giovia- 
moci dell'errore del popolo, e facciamolo complice delle mie 
iniquità. — Onde rasentando il santuario invece di passare 
con pie cauto, come uomo che traversi la caverna dove dor- 
me il leone, ha gridato alto: — il Signore delle battaglie è 
con me ! — Il Signore in quel punto pesava nelle bilance le 
sorti dell' Austria e dell' Italia : il peso dell' Austria è casca- 
to cigolando nell' Inferno, e i Demoni battendo le palme gri- 
darono: — era pur tempo! La sorte dell'Italia toccando le 
sfere le fece balenare di allegrezza, e gli Angioli cantarono il 
cantico dei martiri assunti in cielo, — Benedetta la Patria ! 



46 - 
YH 



E adesso che Dio ha giudicato la nostra causa, a noi che 
rimane? Abbrancate questo mazzo di carte delirio di re 
ubbriacati d'ingiustizia: grancite, dico, quel mazzo di carte 
martirologio de' popoli traditi, e sbattetelo nella faccia di avo- 
rio vieto del tiranno : percotetela e ripercotetela, non perchè 
ne arrossisca , — la sua faccia è ignota al rossore, — ma per 
istracciarvele sopra : — percotete e ripercotete, tanto che si 
consumino flagello e flagellato. I Trattati che davano la Ita- 
lia in pasto all' Austria hanno a cessare, o, se durare, durino 
come memorie nella storia delle bestie feroci, e gli uomini 
ne sentano raccapricciò e paura. — Maledetto lo straniero ! 



Vili 



Ma benedetta la Patria! Benedetta nel cielo che la co- 
pre, esultanza nei giorni della gioia, consolazione in quelli 
della sventura. Benedetta nel mare che la circonda, bene- 
detta nelle nevi dei suoi monti, e nell' erbe delle sue valli ; 
benedetta nei suoi laghi, e nei suoi rivi; benedetta nella 
eterna primavera, che la fa parere gemella con ogni alba 
che nasce; benedetta nel verde immortale dei suoi aranci, 
dei suoi mirti, e dei suoi allori, che le procaccia il titolo di 
sempre giovane. — Benedetta la Patria, benedetta! 



U lj k. 



- 17 



DI PIETRO THOUAR 



Signore , 



Bello e santo è il suo pensiero di dedicare un libro alla me- 
moria dei Toscani che valorosamente combattendo per la indipen- 
denza dell'Italia caddero sui campi di Curtatone e Montanara; e 
vorrei poterle offrire anch'io, rispondendo all'onorevole invito, qual- 
che lavoro che fosse degno di trovar luogo nelle pagine di que- 
sto libro. 

Ma la ristrettezza del tempo, la povertà dell'ingegno e l'ostinata 
infermità della vista fannomi grave impedimento. Tuttavia per mo- 
strare almeno il buon volere, eccole alcune parole non ha guari 
da me dette ad alcuni giovani, i quali nel leggermi un passo di un 
giornale estero si maravigliavano e si dolevano di certi ammoni- 
menti in esso fatti a noi Italiani intorno alla necessità di serbare 
la concordia degli animi per meglio conseguire il nostro riscatto. 

Lascio in suo arbitrio il valersi o no di cosa tanto lieve, e la 
saluto con molto affetto. 

Pietro Thouar. 

« So che avete letto, miei giovani amici, le patrie istorie; 
e mentre in voi stessi vi sarete esaltati alla ricordanza delle 
gloriose geste dei padri nostri , giusto è confessare che so- 
vente sarete stati punti da acerbo dolore e accesi da gene- 
roso sdegno considerando i fatti e le colpe che le ire di parte 
cagionarono, e le gravi e lunghe sciagure che alla comune 
Patria ne vennero. Non vi faccia dunque maraviglia, né vo- 
gliate recarvi ad onta, se gli stranieri mossi dalla memoria 
di quelle funeste contese ci raccomandano la concordia, quando 
appunto il tempo è venuto di mettere nuovamente e a me- 
glio augurata prova le nostre forze per ricuperare la indi- 
pendenza e ricomporre la nazione. Addimostrerà il fatto che 

i 



— 18 — 

le lezioni della esperienza non erano state vane e che non 
avevamo duopo che altri ce le ricordasse. 

Male veramente giudicherebbe di noi e dei tempi chi 
estimasse la discordia essere difetto naturale più a noi che 
ad altri popoli, e poter da quello scaturire anche ai dì no- 
stri i pericoli e i mali che altre volte ci nocquero. Questo 
non è, né può essere. L' amor di parte nasceva allora non 
dall'indole degli uomini ma dalla condizione politica degli Stati 
in tanto numero sórti in Italia e in tanti diversi modi co- 
stituiti ; nasceva dalla natura degli avvenimenti, e soprattutto 
dallo ascendente e dagli artifizii degli stranieri. 

Mutate in gran parte le cose, il volere dei più si fa di 
necessità legge comune e al medesimo fine si volge. Poca 
differenza è, e naturalmente deve essere, nei modi ; e anche 
questi man mano si vanno contemperando, allorché le forze 
tutte insieme s' hanno a rivolgere al primo acquisto che è 
quello della indipendenza. La lega, non più solamente lom- 
barda ma italiana, è un passo tanto efficace per giungere 
alla unanimità del volere, che pervenuti alla meta ci trove- 
remo già assuefatti, e, per cosi dire, connaturati a quella con- 
cordia che deve dare perfezionamento e durevole consistenza 
al pieno riscatto della patria. Né questa è ormai ragionevole 
speranza soltanto ; imperocché l'esempio l' abbiamo avuto , e 
bellissimo, poco fa anche in Toscana. 

Che se la fiducia nel senno degli Italiani, se la mutata 
ragione dei tempi, se la suprema grandezza degli avveni- 
menti, se la carità della Patria sempre viva e di nuova fiam- 
ma riaccesa in tutti i cuori, non bastassero a farci sicuri della 
giurata concordia, e gli animi più ardenti di generosa impa- 
zienza potesser mai far temere di vederla menomamente 
turbata ; ci basti ricordare, che 1' oppressore straniero non 
può fare ormai altro fondamento alle inique sue brame fuor- 



— 19 — 

che nelle nostre voglie divise. Cerio è eh' egli porrà dun- 
que e sempre e per diversi modi di sedizione, di violenza, 
di frode, ogni suo studio nel suscitare e nel fomentare fra 
noi il micidial seme della discordia : ma noi che conosciamo 
l'antica e scellerata arte, sapremo renderla vana. 

E colà in quel tempio augusto che serba tanta parte 
delle itale glorie, riverenti al cospetto di Dio, dignitosamente 
mesti intorno alla lapida che serba i nomi dei Martiri della 
Patria, caduti nell' eroiche pugne di Curtatone e Montanara, 
faremo più solenne promessa di mantenerci concordi. Sì , o 
giovani che anelate di redimere la patria, per voi sarà che 
non si dica versato indarno il sangue di tanti prodi, per voi 
sarà che il funebre Anniversario del 219 Maggio in Santa 
Croce addivenga solennità di trionfo. 

Valore e concordia ; e nel nome del Signore vindice de- 
gli oppressi, nel nome dell' Italia che tanto amate, nel nome 
di quanti per lei patirono generoso martirio , vinceremo la 
giusta guerra che già valorosamente si combatte sotto i ves- 
silli tricolori insieme uniti della Francia magnanima e del- 
la Italia concorde. 

Era sacro appo i Greci il giuramento sulle tombe dei 
guerrieri morti vincendo a Maratona ; anche più sacro sia 
per noi il promettere fraterna e perpetua concordia nella 
santa memoria di chi preparava col suo sangue la rigene- 
razione della Patria ! » 






— 20 



DI FERDINANDO RANALLI, 



Il celebrare con pia rimemorazione 1 morti per la Patria 
fu antichissima costumanza delle nazioni libere : fu eziandio 
un augurare felicità di successi alle imprese pubbliche ; e 
fra' più famosi monumenti dell' eloquenza greca splende in 
Tucidide la orazione di Pericle per Y esequie de' primi ca- 
duti nella guerra del Peloponneso. Se non che all'insigne 
oratore fu mestieri dai speciali pregi della città di Atene 
trarre cagione per aggrandire il merito e la celebrità di co- 
loro che morirono per lei : conciossiachè il soggetto, volgente 
in una guerra intestina, qual era quella fra gli Ateniesi e 
gli Spartani, non gli si porgeva cosi sublime come sarebbe 
stato se avesse celebrato i morti a Maratona, a Salaminà, a 
Platea, a Micale. Le quali battaglie erano state guerreggiate 
da tutti i popoli greci contro forestiero avversario, siccome 
ogni popolo italiano nel maggio del 4848 combattè per la 
liberazione della Patria comune. E se il successo non fu 
uguale, non fu diversa né manco gloriosa la ragione del com- 
battere. Oltre che, in mezzo ai deplorati infortunii, fummo 
testimoni di splendidi e non dimenticabili fatti : fra' quali fu 
quello specialmente onorevole alle armi toscane del 29 mag- 
gio. In cui quattromila ottocento sessantasette combattenti 
fra soldati e cittadini tennero fronte a un esercito austriaco 
di trentacinquemila uomini, con meraviglia degli stessi ne- 
mici : e sebbene in ultimo il valore cedesse al numero tanto 
maggiore, pure quella resistenza arditissima non leggermente 
agevolò la vittoria di Goito ; la più segnalata che in quella 
prima prova di squotere il giogo forestiero riportammo 



— 21 — 

Che se da nemica fortuna ci fu vietato di render pub- 
blici onori alla memoria de' nostri confratelli morti, possia- 
mo e dobbiamo rallegrarci che ci sia dato di reassumere il 
religioso ufficio in sì bel punto ; quando cioè nuovamente, e 
con maggiori auspicii, dal decenne languore ci risquotiamo a 
ripigliare la magnanima impresa, da quelli infelicemente, non 
infruttuosamente, tentata : oonciossiachè dal loro sangue ci 
venne continuo ed efficace stimolo di spargerne di nuovo ; 
come ci mostra tanto fior di gioventù generosa che si aduna 
ogni giorno più sotto lo stendardo della Patria, non meno 
pronta a vendicare gli uccisi a Curtatone e a Montanara, 
che a divenire non piccola parte degli eserciti destinati a 
suggellare il trionfo della nostra causa. Alla quale non è man- 
cato il diritto, ma la forza ; che ora ci è venuta in modo 
affatto maraviglioso ; arrecandocela non solo il favore di po- 
tente amico, ma ancora il furioso accecamento dell' antico 
avversario. Il quale dobbiamo prendere come il migliore au- 
gurio a finalmente aggiungere ciò che è stato inutile sospi- 
ro di più generazioni. 

Le guerre infelicemente combattute per la nostra libera- 
zione nel 1848 e 49 sono state doppiamente giovevoli a 
questo nuovo e inaspettato risquotimento d'Italia; sì perchè 
la ingannevole prosperità delle vittorie ha fatto per modo 
trascendere i fautori della tirannide assoluta, che ella si è 
renduta ogni dì più odiosa e insopportabile; e sì perchè n' è 
risultata la libertà del Piemonte. Dove il nuovo principe, 
dopo la infausta giornata di Novara, mostrò che si può fre- 
nare la licenza e mantenere le franchigie. Così il suo esem- 
pio, non meno prudente che onesto, avessero pur seguitato 
gli altri regnadori della Penisola ! Che non sarebbe stato for- 
se mestieri a Vittorio Emanuele di cercar oltr' Alpe i neces- 
sarii soccorsi per mostrarsi degno del reditaggio lasciatogli 



dall' infelice e magnanimo genitore. Il quale osò desiderare 
che l'Italia facesse da sé: e allora poteva, se la collegazione 
de'varii Stati italiani non fosse stata da cause ornai troppo note 
disturbata. Oggi non potrebbe più, quando anche quelle cause 
fossero cessate. Però lo impetrare aiuto di fuori per giusta 
causa non fa torto a chi lo chiede, onora chi lo concede. 
E compiendo Napoleone III il gran fatto di rendere V Italia 
agi' Italiani, com' egli ha solennemente al cospetto di Europa 
dichiarato, si renderà tanto più glorioso del primo Napoleone, 
quanto che il. liberare le nazioni è assai maggior gloria che 
il dominarle. 

Ma V aiuto forestiero non ci franca dal procacciare con 
ogni studio la maggiore congiunzione degli Stati d' Italia, e 
specialmente dei due più vasti, Napoli e Piemonte (*), falli- 
taci nel \ 848 : anzi non per altra via possiamo queir aiuto 
volgere a pieno nostro profitto, che dando sempre più testi- 
monianza di meritarlo. La qual testimonianza appunto è tutta 
nel procurare le maggiori forze italiane possibili alla comune 
impresa italiana ; di qualità che la patria nostra se non può 
sé da sé stessa redimere, non appaia almeno seconda nel- 
F opera del proprio riscatto. 

Raccogliendoci pertanto oggi nel tempio delle nostre 
glorie a pregare pei morti di Curtatone e di Montanara, fac- 
ciamo insiememente per detta sollecita unione solenne voto; 
non tanto per sicurtà della vittoria, quanto e assai più per 
assicurarci che essa ci porti gli sperati benefìcii della libertà 
e della quiete. Le quali due cose che ne' passati movimenti 



(*} In questa congiunzione Pellegrino Rossi poneva il principale fondamento 
all' acquisto e alla conservazione della nostra nazionale indipendenza. E ancor noi 
ci pregiamo di professare la massima di questo insigne uomo di Stato, parendoci 
che con Napoli e il Piemonte conformati ne' principii di governo e conseguente- 
mente collegati, potremmo dire che Y Italia è fatta. 



— 23 — 

non sieno state fra loro accordate, nò io né altri negherà ; 
che non si possano accordare, ogni uomo che sinceramente 
ami l' una e Y altra, vorrà negare, se al coraggio civile della 
moderazione si aggiunga la potenza concorde del volere ; se 
lasciate le gare e le private inimicizie, solo e supremo pen- 
siero rimanga il bene della Patria ; se finalmente diasi opera 
a restaurare la vera morale de' reggimenti liberi: la quale, in 
opposizione a quella dei dispotici, non si pasce degli umori 
di parte, non fa colpa la diversità delle opinioni; ma la one- 
stà e il valore osservando, ha tutta la sua ragione nel sen- 
timento della giustizia. 



— 24 



DI FELICE TRIBOLATI. 



I VOLONTARI TOSCANI MORTI IN BATTAGLIA 
NEL 29 MAGGIO DEL 48. 



Adversus hostem acterna auctoritas 
XII Tab. 



Celebri il poeta con la dolcezza dei versi che piangoli 
Marcello i giovani soldati dell'Indipendenza caduti nella guerra, 
contro 1' Austriaco undici anni fa a Curtatone e a Montanara, 
in questo giorno anniversario del 29 maggio: e il cittadino 
cospicuo e l'orator di fama pronunzino parole solenni in lode 
dei prodi Volontari, mantenitori di quella memorabil cam- 
pagna. S' adorni la funebre festa di alloro e di mirto; perocché 
veramente qui sia luogo a ripetere il melanconico e gentil 
detto di Pericle sulla gioventù greca spenta nella guerra 
peloponnesiaca: « Quell'anno perde la sua primavera. » 

Questo deve la città alla giovane e forte milizia, la qua- 
le con ardimento antico s'avanzò dalla Toscana ad affrontar- 
si colle battaglie tedesche, e per redimere l'invaso terreno 
generosamente procombette. E mentre le madri e le giova- 
notte alzano il viso non più di nascosto a lacrimare i fi- 
gliuoli e i fidanzati non ritornati dal campo, e loro pregano 
pace nei regni invisibili ; noi, accompagnandoci al publico do- 
lore, dalla religione del solenne funerale ricaviamo un civile 
insegnamento, che conforti alla tristezza di un popolo, i suoi 
prodi spenti in guerra deplorante. Questo insegnamento che 
sorge dalla commemorazione di quella nazional giornata, e che 



QK 



— 21 

rende saere quelle ossa cui ò decente la palma , resul- 
ta dal romano concetto della giustizia ; conciossiachè i va- 
lorosi , combattendo e morendo sulla pianura lombarda , 
ai Romani nostri avi ci rallignassero. Là invero appari- 
rono martiri conscenziosi di quella suprema virtù , reg- 
gitrice dei popoli, di cui Roma per la prima ebbe co- 
scienza, e insegnò al genere umano. — Ponete mente, se 
è vero nelle istorie italiche ; studiate le tradizioni che fatal- 
mente e gloriosamente tuttavia durano; e saprete che il po- 
polo romano n'ebbe in sé per eccellenza squisiti il senti- 
mento e F idea : nell' Urbe il diritto e la giustizia, nelle 
rimanenti nazioni la forza e l'imaginazione. Cessate una 
volta, o genti moderne, di proverbiare i Romani, appellan- 
doli ladróni di contrade. Eglino, se domarono in voi la bar- 
barie coi conquisti, vi accomunarono insieme alla giustizia 
sociale ; onde vi resero atti a rivendicarvi in libertà, la qual 
vi diedero non già come una grazia ma come un diritto. 
A noi fu tolto e trafficato. A riconquistarcelo furon prodighi 
del loro sangue, coloro che sotto titolo di Volontari oggi 
commemoriamo. Ora guardate, frutto di quel sangue, i me- 
ravigliosi fatti che nel 59 si compiono: veramente romani 
per la maestà; veramente romani per gli effetti che pro- 
durranno. La Grecia riprese i suoi conimi: si fece la storia 
di una provincia. Si commuove Italia: si rifarà l'istoria del- 
l' Europa e dell'America. Chi mosse tanta mole di eventi, 
chi l'agitò, chi li mantiene, chi li regola, chi li sancisce? La 
giustizia. La quale, costretta di entrare nella politica per 
l'opera l'ostinata fede e il senno pratico di un sommo italiano, 
ci conduce a sicurarle il trionfo l' impeto e le armi di potenti 
alleati. L' Italia dunque iniziò nel 48 il suo risorgimento col 
diritto: e rialzandosi nel 59 non inebriata, ma vereconda pru- 
dente e armata, fece la rivoluzione alla romana, che dilatò 



— 26 — 

nell'Europa, pura di sedizioni, scevra di utopie; guidata 
dalla sapienza del Campidoglio, mediante la giustizia sociale. 
Machiavello che praticò i Romani non voleva i popoli sciolti 
ma liberi. La dottrina italiana del progredimento s'instaura 
ora in Toscana; quasi rendendo possibili nella cortese con- 
trada gli uomini di Platone. 

Filosofi alemanni, ponete un segno ai vostri libri, nei 
quali da tanto tempo andate cercando nelle teorie del pro- 
gresso l'equazione della libertà, e studiate invece i popoli 
che il vostro sire vuol servi. La storia contemporanea della 
Etruria nostra vi risponde: quel che cercate è la giustizia, 
sacramento del libero vivere. Ella regola nello stesso mo- 
mento l'equità del cittadino e dello Stato nei loro rapporti; 
la virtù dell'individuo e del popolo nel loro contegno ; e in 
sua corrispondenza l'armonia del diritto e del fatto. E che 
erano questi uomini virtuosi e liberi di tutte le condizioni, 
d' ogni età e professione, che vi son nel cospetto , innanzi 
il 27 Aprile? — i vassalli di un vassallo. — 

Cittadini, donne, fanciulle, giovanetti, sacerdoti e soldati, 
pensate che questa civiltà perfezionata, che aiuta la guerra 
contro lo straniero, procura la quiete in casa, e dà esempio 
al mondo, scaturì dalla giornata del 29 maggio. 

Gloria a voi, o avventurosi, che vi incolse morte nel vi- 
gor degli anni e nella pienezza dell'impresa. La dolce morte, 
l'Eutanasia degli antichi, vi sorrise. Le vostre anime comu- 
nicano oggi colla famiglia, colla città, colla nazione, per 
opera della giustizia, che in cielo e in terra è sovrana, e 
vincitrice unica del fato. 



"*> 



27 



DI ENRICO MAYER 



QUESTI VERSI 

PER LA SOLENNE COMMEMORAZIONE 

DEL XXIX MAGGIO MDCCCXLVII1 

NEL TEMPIO DI SANTA CROCE IN FIRENZE 

A TE CONSACRO 

CESARE DE LAUGIER 

CUI LA TOSCANA 

DOPO TRE SECOLI IMBELLI 

ANDÒ DEBITRICE 

DI QUESTO GIORNO DI GLORIA. 



Tempio di gloria, io non credea che tanto 
Crescerti onor la nostra età potesse, 
Sì che per lei più venerato e santo 
Nuovo un aitar fra i marmi tuoi sorgesse. 

Eppur mi sta dinanzi, e a quello accanto 
Vedo tacite starsi e genuflesse 
L' ombre de' Grandi, cui primiero il vanto 
Fra gì' italici Genj Iddio concesse. 

Ed or sorgon que'Divi, e alla pianura 
Lombarda gli occhi tendono e le palme, 
Quasi di là movesse a queste mura 

Lo stuol de' Generosi, a cui la sorte 
Die pugnar per la Patria, e invitti Y alme 
Spirar nel grido di Vittoria o Morte! 



28 - 



DI SILVESTRO CENTOFANTX 



LETTERA DI AURELIO GOTTI E DI LEOPOLDO TANFANI 
AL RACCOGLITORE. 

Carissimo Ottaviano, 

Tu avresti avuto desiderio che il Prof. Silvestro Genlofanti 
scrivesse dei versi per la raccolta che tu ne hai messa insieme ad 
onorare la memoria dei prodi Toscani morti per la indipendenza 
d' Italia; ma Egli che ora ha la mente ad altri studj e ad altre ope- 
re non potè che concedere a noi di darti il primo ed il terzo canto 
d'un Poemetto inedito sui Volontarj Lombardi (*), ed un'Ode per il 
29 Maggio, che Egli dettò nel 1851. Il Poemetto doveva esser com- 
posto di quattro Canti, intitolati il 1° Dio, il 2° Gli Uomini, il 3° / 
Martiri, il 4° Il Vaticinio; cosicché, fatto giudizio storico nel se- 
condo Canto di quegli avvenimenti che nel primo il Poeta aveva 
recati ad un ordine providenziale, si dovesse nel quarto far vati- 
cinio di quella nuova vita che V Italia solo aspettava dai suoi màr- 
tiri : nell' Ode troverai tutto lo sdegno che in ogni anima amorosa 
delle nostre glorie si destò quando non s' ebbe paura di versare 
in Santa Croce il sangue di coloro i quali pregavano pace ai morti 
a Curtatone e a Montanara. 

Sia lode a te per il pensiero che hai avuto di raccogliere i no- 
bili ingegni dell' Italia a spargere fiori imperituri sul tumulo di 
que' Generosi. 

Di Firenze, ai 20 di maggio. 

Aurelio Gotti. 

Avv. Leopoldo T anfani. 

(*) Vedili più avanti 



— 29 — 
PER IL 29 MAGGIO 1851 



Splendido figlio di ragion feroce, 
Folgore acceso a saettare il segno, 
Esci dall' alma nell' aperta voce, 

Esci, o mio sdegno 
Orrida gente, a cui la morte è Musa, 
E progresso le vie de' sepolcreti, 
D' odii codardi e di timor confusa 

Irrequieti ; 
Poiché campato ha la invernai bufera, 
Di sue tane lasciò la notte buja, 
E quasi gratulando a primavera 

Canta alleluja 
Con pazza gioja oscenamente esulta 
Pei campi della vita : e frutti e fiori 
Mesce e calpesta: e rompe guerra e insulta 

Cruda ai cultori. 
Le sue speranze con voce ferale 

Minaccia al mondo . . . Come ingorda arpia, 
Ladre ha le voglie, e copre astuta il male 

D' ipocrisia. 
Selva di ferri nelle pugne esperti 
Dopo le insanie altrui la rassicura : 
Bieca guata il Rosmini, ed al Gioberti 

Vuol far paura. 
Volgo di spettri ! e qual tuo folle zelo, 
Qual sacra rabbia a insolentir ti mena? 
Oso se' tu contaminar del cielo 

L' aura serena ? 



— 30 — 

Degna è dell'ombre della valle inferna 
Tua faccia tetra. — Un volume di vita 
Per F universo legasi e squaderna 

Varia, infinita. 
Imitatrice di lieto Fattore 

Sempre a nuove beltà lieta riesce, 

E nell' uom che di senno orna e di amore 

S' addoppia e cresce, 
E tu al fato eternai con petto avverso, 
Tu resister vorresti, o volgo insano? 
E arrestar le armonie dell' universo 

Con la tua mano ? 
Stupida forza non estingue il dritto . . . 
Da ragione scolpito e da natura, 
Ci fu nel core un' altra volta scritto 

Dalla sventura. 
E da quel fondo eromperà possente 
E di fede e d' indugii alla vittoria ; 
E di sé messaggera ad ogni gente 

Farà la gloria. 
Volgo di spettri ! e di cotanta speme 
Tu dannar di peccato ovver d' oblio 
Vuoi la dolcezza che dentro ci freme, 

Complice Iddio ? 
E me pur tenti con insidia accorta 
Usando F arti di tua falsa scuola ? 
E incarcerata esser ti credi o morta 

La mia parola? 
Anco a' miei piedi F aquila si posa 
Con F iracondo fulmine immortale, 
Che al tuo fetor si scosse, e procellosa 

S' alzò sull' ale . . 



— 31 — 

Veggo i delirii dei governi : osservo 
Da non comprese idee le plebi stolte 
Più tuffate nel vizio, ed a protervo 

Error disciolte. 
Veggo un mondo che accenna a sua mina 

Ed un altro che nasce .... Il verme impuro 
Medita in sé la farfalla divina 

E il voi futuro. 
Ciechi ! e a voi muto è lo splendor che in terra 
Rivela il cielo . . . Sordi ! e invan del Vero 
La dottrina fedel vi si disserra 

Con suono intero. 
Ritornate ai sepolcri ... e il commun danno 
Là sognate! se voi grazia dismali, 
A drizzarvi alla vita anco verranno 

Gli aurei miei strali 
L' ira in pietà si cangia ... — In me racchiuso, 
Sdegno le sette, e i falsi volti abborro : 
La Patria amo d' amore e non per uso ; 

Né sto, né corro. 
E benigna qui volga o ria stagione, 
L' alma sicura ho nella fronte espressa : 
E pei morti a Novara e a Curtatone 

Vado alla Messa. 



16 Aprile, 1851. 



-<r 



32 



DI GIOSUÈ CARDUCCI, 



XXIX MAGGIO MDCCCLIX. 

I. 

Non carmi, non ghirlande, e non concento 
Di salmi all' ombre de' guerrier si doni : 
Grecia nell' aspro dì delle tenzoni 
Diede inferie di sangue a' suoi trecento. 

. sacre a morte libere legioni, 

Qui venite di morte al monumento; 
Qui profferite orribil giuramento, 
Che nel cospetto del Signor risuoni. 

Pel sangue degli eroi, pe' franti petti 
De' vegliardi, pel duol che si disserra 
Dalle piaghe di madri e pargoletti, 

Guerra a' Tedeschi, immensa eterna guerra ; 
Tanto che niun rivegga i patrii tetti 
E tomba a tutti sia l'itala terra. 



33 



11 



Quali, quali, al tuonar de' feri accenti, 
Forme s accalcan per lo sacro loco? 
Assistete, spirate, ecco io v'invoco, 
O martiri, o fraterne ombre frementi ; 

E voi caduti sotto il ferro e il foco, 
E voi sotto il flagel schiacciati e spenti, 
E voi sparte dal piombo anime ardenti, 
E qual de' ceppi usci livido e fioco. 

Conturbate i sepolcri, iscoperchiate 

Le tombe vostre ; e nel cospetto eterno 
Il sangue il pianto ed il furor portate, 

— Non ci lasciar di Satana in governo : 
L'inferno contro te l'armi ha levate» 
Ed in Austria, Signor, tutto è V inferno. 



34 



DI GIUSEPPE PUCGKANTI 



CANZONE 

Quando d' Italia al pianto 

Cui rispondeano i crudi 

E barbarici imperi 

Del percussor straniero, 

Pietade in petto surse al re guerriero, 

Sabauda inclita prole, 

E i liberi vessilli oltre Ticino 

Maestosi ondeggiaro a' rai del sole, 

E d' alto suon di guerra 

Tutta romoreggiò Y insubre terra ; 
A le insuete prove 

Te pure, o tosca gioventù, rapia, 

Forte spronando il generoso core 

Di libertade amore : 

E i dolci studi e le sudate carte, 

Le operose officine e i campi lieti 

Mutasti con gli studi aspri di Marte. 

O giovinetti ! o schiera santa e pia ! 

La fama vostra religion difenda 

Di questo almo paese, 

Finché virtude accende all'alte imprese 
Quanta pietà vi strinse 

Di questa antica sventurata donna 

In forza altrui condotta ; 



— 35 — 

Qual ira, o qual disdegno 

Acre vi punse il petto 

Dell umil loco indegno 

In che giacea traendo alti lamenti, 

Se contro a duri fati 

Che partite volean l' itale genti 

Ferocemente armati, 

A la inegual contesa 

Veniste, o figli, e sorte 

Bella vi parve per costei la morte? 
A le verdi convalli 

Che bagna il Po regale 

Come lieti traeste 

Voi cui reddir non consentiva il fato! 

Ecco annitrire i teutoni cavalli 

Già s' odono irrompenti, 

Ecco s' addensa vorticoso e sale 

Di polvere e di fumo un atro nembo 

E d' orribile suono urlano i monti : 

Ve' le schiere avventarsi 

Gridando, fuori del percosso vallo: 

Ve' del ferir la gara 

Ferve là su VOsone e Montanara: 
Qual nelle torme Perse 

Cui trasse a depredar 1' attico suolo 

Bestiai furor di Serse 

Ruinava col ferro il santo stuolo , 

Ove lo Sperchio i verdi campi irriga, 

E la locrese sponda 

A la vasta risuona ira dell' onda. 

Cotal su T empia schiera 

Che d' ogni parte già ti cinge e preme, 



— 36 — 

Di tuo morir secura 

Ardua t' avventi , o gioventude eletta , 

A far le prove di valore estreme ; 

Ma dalle piaghe macerata e vinta 

Poni le membra combattute a terra , 

E pria che morte stenda 

Su tue pupille il velo , 

Le affisi sospirando al patrio cielo. 
Dell' itala matrona 

O degni figli, o grandi ombre dolenti, 

Datevi pace, se costà risona 

Fama de' nostri liti : 

Non più le ausonie menti 

Dira oblivion possedè , 

Né più le torce a servitute il gregge 

Di gente ignava e turpa 

Che le sue bieche voglie 

Di religione e di pietade ammanta 

E 1 santo nome di Gesù deturpa ; 

Né Spartachi novelli 

Tingon del nostro sangue i rei coltelli ; 
Ma i campi ove devolve 

Sua larga onda tranquilla l' E rida no 

E '1 Ticino e la Dora 

Di Liguria fan molle il verde piano , 

Tengon con 1' armi a libertà devoti 

I Romulei nipoti , 

E il Re sabaudo affretta 

I magnanimi petti alla vendetta. 

Pisa, U Maggio 1859. 



_ 37 — 
DI PIETRO CONTRUCCI 

I 

Ai CARI NOMI ALLE BENEDETTE ANIME 

DEI TOSCANI 

IL XXIX MAGGIO MDCCCXLVIII 

NELLA CRUENTA DISEGUAL PUGNA 

DI CURTATONE E MONTANARA 

GLORIOSAMENTE CADUTI A RISCATTO DI ITALIA 

PIA COMMEMORAZIONE E SUFFRAGI. 



IL 

AL GRIDO NON MAI PIÙ UDITO 

DA CHE GIACQUE LA LIBERTÀ LATINA, 

L' ETRURIA ANCH' ELLA COMMOSSA 

DESTÒ ALLE ARMI 1 SUOI FIGLI. 



III. 

NON A RAPINE NEFANDEZZE; 

A USURPARE A DISERTARE LE ALTRUI TERRE, 

MA A SOTTRARRE DA BARBARO GIOGO LA NOSTRA 

SPLENDIDO INVIDIATO DONO DI DIO, 
INFIAMMARONO IL CUORE SNUDARONO IL BRANDO. 



IV. 

LASCIARONO OGNI COSA PIÙ CARAMENTE DILETTA ; 

AFFRONTARONO SOSTENNERO 

FATICHE NUOVE E PERIGLI; 

NON CONTARONO I NEMICI; 

COMBATTERONO ROMANAMENTE ; 

MORIRONO DA EROI COME I MACCABEI. 



— 38 — 
V. 

IMITATORI DI FERRUCCIO L' INDOMITO 

EBBERO CON ESSO COMUNE 

LA CAUSA IL NEMICO LA MORTE LA GLORIA 



VI. 

IL DIO DEGLI ESERCITI 

ACCOLSE IL GENEROSO OLOCAUSTO ; 

BENEDISSE A QUEL SANGUE ; SI PLACÒ ALL' ITALIA 



VII. 

SUOI MINISTRI A REDIMERLA 

NEI TEMPI MATURI ELEGGEVA 

IL PRODE LEALE FIGLIUOLO 

DEL GRAN MARTIRE DI NOVARA . 

IL GENIO L' ANIMO LA POTENZA 

DEL TERZO NAPOLEONE. 



Vili. 

QUANTI D OGNI GRADO MAGNANIMI 

CON PROPIZI PRESAGI 

A SCHIERE OGNOR CRESCENTI 

ACCORRETE ALLA ESTREMA RISCOSSA 

SOSPIRO DI TANTI SECOLI, 

STRINGETEVI AL DUCE DELLA SANTA BANDIERA 

COME UNICO LO SCOPO DELL' OPERA 

CONCORDE VOLERE DISCIPLINA COSTANZA 

GOVERNINO LE MENTI RAFFORZINO LE DESTRE 



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PARTE SECONDA 



41 



DI G.-B< NIGCOLINI 



A VITTORIO EMANUELE II 



Tu vincerai, se la Giustizia eterna 
l lumi suoi verso la terra abbassa , 
E move ad ira la Bontà superna 
Questa Lamagna ognor crudele e bassa. 
Deh cessi alfine il suo superbo vanto ! 
Vinci, o a Italia non resta altro che pianto 



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42 — 



DI NICCOLO TOMMASEO. 



A VENEZIA 

Come dall' onde il nuotator travolto 
Esce, e l'avverso mar fende col petto, 
Fra lo stupor del mondo e i plausi accolto , 

Il nome tuo diletto 
Sorge, Venezia. E quale al tempio ornato 
Dalla gondola bruna esce festosa 
Vergine in bianchi veli, e all' uomo amato 

— Sì, dice, io son tua sposa ; 
Così Venezia mia disse all' onore. 
Unica crebbe, ed unica rinacque : 
E palpitar di ringrandito amore 

L' isole e i templi e l'acque 
Come la madre poveretta e sola 
Nutre del latte i figli e del lavoro, 
Donava il popol tuo senza parola 

Sangue, disagi ed oro 
E la fame accettò come sorella; 

E — tu se' padre mio, — disse al periglio. 
Alle bombe sorrise; entro la bella 

Patria patì l'esiglio 
Quali, o unica mia, le tue colombe 
Han sul tempio di Dio ricetto fido; 
Tu fra gli aitar ponesti e fra le tombe 

Sante de' padri il nido 



— 43 — 

Come 1 fiumi al tuo mar, da Italia molta, 
Devoti al rischio tuo, corser guerrieri : 
E ancor son tuoi ; ne quella lega ò sciolta 

D' affanni e di pensieri 
Delle tue liete e delle afflitte cose 

Fui parte anch' io, consorte a' tuoi consigli, 
De' tuoi grand' avi erede, alle tue spose 

Fraterno nome, a' figli 
Domestica memoria. E questo poco 
Di scintilla di vita offrir vorrei 
Pure in amor di te, come già '1 fioco 

Lume degli occhi miei 
Quanta ne' lunghi secoli virtute 

Venne, o Marco, e verrà dal tuo vangelo, 
Tanta a Venezia mia venga salute 

Dagli angeli del cielo, 
Nutrita in sacrifizi ed in portenti, 
Maggior de' rè, vergogna al vincitore, 
Qual già sul mare e sulle amiche genti, 

Imperi al suo dolore. 



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44 — 



V ESULE 



71 n r A 



Dovunque una voce fratello mi chiama, 
Dovunque si piange, è Patria per me. 
Laddove non s'ora, laddove non s'ama, 
È carcere tetro, la Patria non è. 

L'uccello volando sen porta dal nido 
Per balze, tra bronchi, sull'acque, sui fior 
La gioia del canto compagno suo fido, 
Dell'agili piume i lieti color. 

Il verno più crudo, la notte più nera , 
Per l'umile oppresso, per l'esule avrà 
Ghirlande odorate di casta preghiera, 
Scintille inestinte d'ardita pietà. 

Per tutto a' trionfi si mesce vergogna, 
Per tutto il sorriso frammisto ai dolor : 
Per tutto si serve, si opprime, si sogna, 
Si ardisce, si teme, si attende, si muor. 




— 45 — 

DI SILVESTRO CENTOFANT1 

I. 
DIO 

Alta è la notte ! e nel profondo seno 
Chetamente ravvolge ardite imprese 
D'indugio impazienti, e timor nuovi, 
E sublimi speranze. Italia al mondo 
Di una vita, che chiusa e disegnata (1) 
Tacea del Tempo nel volume arcano, 
Profferì la parola; e scosso il mondo 
Con ardente desio, da molti lati 
A cercarne le forme ecco si muove. 

Tra le insanie dei volghi, e i freddi orgogli 
Della fastosa ignavia, e le divise 
Voglie dei prenci, e il vario e tempestoso 
Agitar delle sorti alterne e il sangue 
Delle vittime, e i pianti invendicati, 
Ad ogni alma gentile il suon perenne 
Della virtù, della grandezza antica 
Echeggiava, e parea da vasto fondo 
Profetando inalzarsi a un' altra Italia : 
Qual da petroso monte acqua discesa 
Per continue làtèbre infino al mare, 
Per le salse onde assorge, e altrui fa nota 
L' ubertà di sua dolce ed alta vena, 
Ma testimoni dell'eterna Idea 
Tutti i secoli indarno erano a Roma 
Della Storia dei mondo. All' uom disciolte 

(1) La nuova vita delle nazioni giustamente costituite. 



— 46 — 

Con un soffio d' amore ebbe già Iddio 
Le dall' uom fabbricate empie catene, 
Sicché al banchetto della vita assisi 
Fosser tutti i suoi figli, o a niun negata 
L' eredità della paterna luce .... 
E il ferreo dritto della forza ha regno 
Tra le genti cristiane : e fatta è Y una 
Schiava dell' altra, o patrimonio insieme 
Son di regie famiglie : e T abusato 
Cristo il servaggio è a consacrar costretto 
Ma di giorni men tristi il Sole alfine 
Ai bramosi mortali è condottiero 
Dalle celesti vie. Pietoso un grido 
Uscì dal Vaticano, ed alla Italia 
E alla Terra annunziò perdono e pace . 
Onde alla gioia di cotanto suono 
Abbracciarsi fur viste, e le armonie 
Ricominciar fra noi del paradiso 
Giustizia e libertà, ragione e fede, 
E di sotto i lor pie nascere i fiori 
Neil' italo giardino, e d' improvvisa 
Primavera le spine anco adornarsi. 
O felice concordia! o non oscuri 
Passi di Dio presente infra gli umani, 
E diffuso nei petti e guida all' opre ! 
Meraviglia e rispetto i più remoti 
Dalle strade del cielo e più superbi 
Misterioso invade. Alla fallace 
Setta, che di sua man fiacca o delira 
Spezzar volle all' Italia i ceppi iniqui, 
Or come cosa è manifesto il vero 
Che in imagin sognata invan le piacque. 



— 47 — 

E alle commosse plebi è sacro il nome 
Di patria e civiltà; sacri i diritti 
Del suo popolo al prence; e ad un vessillo 
E ad un patto comune or cospirati 
Popoli e prenci via cacciar pugnando 
Lo straniero oltre V Alpe alfin potranno. 

Quanta mole di fati, o notte, ascondi 
Silenziosa ne' tuoi veli ! Iddio 
Ti evocò sì profonda or che a Milano 
Preparare ei si parve il gran riscatto . . 

E Italia ed Austria al suo cospetto innanzi 
Or sono: e tutte cose una possente 
Necessità dal sen dei tempi uscita 
Agita, e nelle forti anime freme 
Inquieta, e ad un nuovo ardir le accende 
Che d' insoliti eventi è messaggero 
E li crea. Con sue rotte e tarde ruote 
Muovesi faticoso il carro e stride 
Dell' invecchiata civiltà, gravando 
Un terren che già trema e V abbandona ; 
E ammaestrati da divin presagio 
E con le orecchie ad altri suoni intese 
Fervidi giovinetti armansi a prova 
D 1 argomenti guerrieri, e nella zuffa 
Conosceranno V inimico in volto. 
S' arman di fé robusta, e la preghiera 
Li fa sacri alla Patria ed alla morte. 
Oh veramente dalla greggia impura 
Degli adulteri rei sì degni amanti 
Della verace libertà separa 
Un sacramento di civil virtude. 
Io bramoso, o bennati, in voi contemplo 



— 48 — 

Un primo cenno dell' età migliore 
Ch' è dovuta alla terra; e tra i perigli 
Le vostre seguirà sorti il mio verso 
Meditate nel cielo e già sull' ali. — 

Sì, la misura è colma! il nostro sangue 
Bagnò il ferro tedesco, e tinse il suolo 
Nostro e chiede vendetta: e alla divina 
Legge di Cristo un' altra legge immane 
Che di Stato si appella, or fa contrasto. 
cavalli del Sole, or su correte . 
Al balzo d' oriente, ove il flagello 
Dell' ira onnipossente ecco vi sprona! 

Romoreggian le vie: batte ogni core 
A una novella vita. I dolorosi 
Anni del servir lungo escon frementi 
In minacce e conforti ed atti e voti 
Dai memori recessi ove pensosa 
Li raccogliea la rabbia; e fiero istinto 
A libertà si fanno. Il segno è dato . . . 
Cominciata è la pugna! In sulla porta 
Del palagio, ove sede hanno i ministri 
Del governo abborrito, un repentino 
Fulmineo piombo fracassò volando 
L' austriaca fronte d' un soldato, e appresso 
Giù gli cade il secondo. Ogni altro è vinto 
D' attonito stupore, e senza moto 
Oblia 1' armi omicide. In folla il popolo 
Le soglie non difese entra, e V impero 
De' suoi voleri esprime, e in alto spiega 
Dell' italo vessillo i tre colori 
Carezzati dall' aure e salutati 
Dall' Italia eh' esulta in mille voci 



— 49 — 

E in ogni petto è viva. — Il colpo ardito 
Chi primiero scagliò? Qual (ine avranno 
Le perigliose prove? Il sangue ostile 
Primo assaggiò col fulminato piombo 
Un giovinetto ignoto: ignoto un nume 
Agli scontri, alle stragi, alla vittoria 
Tumultuando la città conduce. 

Qual fracasso infinito! Orribilmente 
Il cannone già tuona: i sacri bronzi 
Suonano a stormo: ogni contrada è piena 
D' urla, e di gente, e d'opre: ogni magione 
È fortezza e fucina : asserragliate 
E di pietre e di cocchi e letti e sedie 
E di tutto ... le strade ecco, e Milano 
Un vasto campo di battaglia e chiuso. 
Non la tenera età, non la senile, 
Non il sesso, non f ora e no 1 digiuno 
Dalle fatiche assolvono. Mutate 
Quasi il tempo ha sue leggi, e la natura 
Dimenticò sé stessa. Un sol pensiero 
— Italia e libertade — a tutti è vita. 

Ove sono, o Radetzki, i tuoi dispregi 
E la fatai tua spada? A un volgo imbelle 
Di femmine tu cedi ! . . E d' armi ignudo 
Questo volgo di femmine derise 
Era e in mollezza lunga anco cresciuto . . 
E i tuoi vanti feroci e le mine 
Minacciate da te stimolo or sono 
All' italo valore, e gioco e scherno 
Son d'itali fanciulli or per le vie 
Le tue bombe aspettate. Oh! la divina 
Favilla che i latini animi avviva, 



— 50 — 

Barbaro, non conosci; e degno sei 
Che alle insolenze tue la donna ancora, 
L itala donna vincitrice insulti. 

Da tutte parti combattendo avanza 
E i nemici incalzando il milanese 
Popolo infaticato, e nel cospetto 
Del mondo a lui converso alfìn con grido 
Trionfale dirà: « Questa degli avi 
Antichissima terra, e di sventure 
Magnifica e di glorie, e ricomprata 
Or col mio sangue, ah questa terra è mia ! » 

Della vittoria al volo impedimento 
Forse i muri saranno? e le occupate 
Porte? Già Lombardia scuote l'indegno 
Giogo, e Venezia ... E guerra freme e corre 
Giù Piemonte con Y armi a gran giornate 
Al Ticin che lo aspetta . . . Avanti! avanti! 
Con V empie Erinni sue là nel Castello 
S' agiti invan 1' austriaco duce, o 1' ira 
In vendette codarde apra e disfreni; 
E il Croato più fero un monumento 
Di barbarie inaudita alzi e di sangue ! • . . » 
L' onnipotenza dell' avverso fato 
Li trabocca alla fuga. — Ecco, il vessillo 
Sacro d' Italia ha in mano : ha nella fronte 
La beltà del coraggio : e baldanzoso 
Vien con pochi compagni, e a Porta Tosa 
Fra 1 grandinar d' orride palle irrompe, 
Ed il fuoco vi appicca, e gì' inimici 
Fuga, uccide, spaventa un giovinetto 
Maravigliati. Oh ti ravvisa, e grata 
Nel tuo nome la Patria or si rallegra. 



— 51 — 

Luciano Manara ! Ognor fra 1 primi 
Ti ritrovò nei rischi, e teco illustri 
Due Dandolo ella scrive e un Morosini 
Di Mnemosine eterna entro il volume. 
Ai commerci fraterni e desiati 
Fra Milano dischiuse or son le vie 
E le libere terre altre lombarde 
E l'accorrente Italia. E il sesto sole 
Dal dì primier del gran conflitto or vede 
Via ritrarsi il Tedesco, e la ragione 
Un trionfo, e la ingiuria aver vendetta. 

Splendi, o Sole italo, splendi 
Or che il barbaro è conquiso, 
Or che Insubria è tutta un riso 
Nel piacer di libertà. 

A lion di ferri avvinto 

Violenza il cor non doma, 

E chi un dì regnò con Roma 

Servo d'altri ah! non sarà. 
Qual vulcanica montagna 

Che la fiamma in sen ristretta 

E le sue pietre saetta 

Con altissimo fragor, 
Tal fu vista una cittade 

Disserrar Y ira compressa, 

E di parte di sé stessa 

Fare un' arma al suo furor. 
Come bella nel terrore 

Ti rendea, regal Milano, 

Come bella il tuo vulcano 

Che sui barbari scoppiò ! 



Fra queir onde impetuose 

Incalzato e poi sconfitto 

Dal suo sangue il nostro dritto 

Il Croato anco imparò 
Su volate alle battaglie, 

Prodi giovani lombardi ; 

Saria colpa il vincer tardi 

Or che il barbaro fuggì. 
Chi sedersi in molli piume? 

Chi potrebbe esser non forte ? 

Della vita o della morte 

All' Italia è sorto il dì. 

Ma chi le querce annose e i cedri abbatte 
Del Libano? e raccoglie ora in un punto 
Dei secoli le posse ? e manda il vento 
Che di tante ruine empie la terra 
E via le spazza? Opra divina è questa. 



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I MARTIRI 



Da tutti altri in disparte, ed obliati 
Anco dagli altri, fuorché dall'amore 
De' pietosi congiunti e nel sospiro 
Di trepide fanciulle, i nuovi intanto 
Guerrier di Lombardia per balze e valli 
E fatiche e cimenti al mestier duro 
Si adusavan dell'armi. — Io vi saluto, 
O prodi che in Milano alzaste i primi 
Il tricolor vessillo; e i mesti fiori, 
Che sui vostri sentier creò la gloria, 
Con man ricolgo riverente e pia, 
E ne intesso immortale una corona 
Che la soffrente Italia orni e consoli. 
Voi carità di Patria, e fiamma accese 
Di virtute e di onore ; e tra i perigli 
Voi slanciò quel di vita impeto audace 
Che i mirabili fatti all'uomo insegna. 
E primiero martìr vostro è la torbida 
Compagnia degl' insani e dei codardi 
Che vi scompiglia i passi; e prima lode, 
L' altrui matta licenza, e 1 mutar lieve 
Degl' incomposti imperi, e l'ignorata 
Disciplina scusar con l'opre. Oh questa 
Di eroi loquaci e di soldati imbelli 
Turba e di maleficj avida, a infamia 
Danna l'Istoria disdegnosa, e a voi 
Col suo canto la Musa alma sorride. 



54 



Quante speranze, o valorosi, ai lari 
Vi tolsero paterni, e della guerra 
Vi esposero alle sorti! e quante pene 
Far denno Italia al vostro cor più bella! 
Di Castelnuovo l'esecrato eccidio 
Nell'anima vi entrò fra gli urli, il fummo, 
Le case arse, ed il sangue, e le rapine 
E i violati corpi, e le seguaci 
Nella chiesa di Dio morti .... ed il mucchio 
Delle mine. Tripudiava intorno 
Baldanzosa la gioia, e vaneggiavano 
In securo i pensieri ozio loquace, 
E improvvisa occupò tutto l'immane 
Crudeltà del nemico, e vi rimase 
In note orride scritto il vitupero 
Dei rinnegati. I vostri ebbero il vanto 
D'intrepida difesa, ed il ritrarsi 
Fatto più incerto dal fuggir dei vili, 
E calunnie. Riscosso indi il Tirolo 
A voi pronto esultò nella fraterna 
Fidanza del riscatto; e coi gagliardi 
Petti mirovvi da Tione a Stenico 
La notturna, correndo, aura anelata 
Esercitar focosi. Il corpo lasso 
Chiedea ristoro; ed un gentil dispetto 
Dell'altrui pigra codardia proterva 
Vi die lena e valor nelV ineguale 
Pugna che a Sclemo ahi! non fruttò salvezza. 
Come nubi, che il vento agita e muta 
In fantastiche forme, erran per l'aere 
Diverse, e vuoto si ascolta un rimbombo, 
E giù l'acqua aspirata al suoi non cade; 



55 



Sì lo scherzo crudel delia fortuna 
Nel Tirolo vi spinse: e di bandiere 
E di abiti discordi e d' armi e forze 
Inutil mostra fu quel che principio 
Lieto o cagion possente esser dovea 
Della final vittoria. — O giovinetti, 
Misterioso all'orme vostre è duce 
Un destin senza nome, e vi affatica 
Per gli obbliqui suoi calli, e vuol che siate 
Testimoni di fede e di dolore 
Alla futura Italia! Egli del monte 
Che di Suelo ha nome in sulle rupi 
Vi addusse, e là con lunga arte severa 
Tra selvaggie armonie di forti cose 
Vi rivelò la vita, e ad ogni prova 
Nella sua scuola vi educò. Dapprima 
La beltà di natura, e un piacer nuovo 
L'innamorata fantasia vi scosse: 
E di Lodrone il miserando aspetto 
Quella prima dolcezza a voi temprava 
Con lo sdegno; e in Tione allor tornato 
L'Austriaco, e Condìno e Darzo e Storo 
Vi mandavan per gli occhi al cor 1' invilo 
Della battaglia. Al suori de' ferri, al grido 
Soldatesco fuggia dai boschi annosi 
Il silenzio, e vedea rompersi il manto 
Sinuoso la notte ai vostri fuochi 
Sull'arduo giogo accesi e sul pendio, 
E il fummo vorticoso ergersi, e in volto 
Dei vigili guerrier batter la fiamma 
Tremolando. Ma spesso anco dei vento 
Si turbinava la procella orribile 



~- 56 — 

Per tutta la montagna,, e via schiantate 
Le vostre travolgea capanne, e l'etra 
Rompeasi in tuoni, in fulmini, e la pioggia 
Con ruina e fracasso alto incessante 
Precipitava. Sulle labbra gelide 
Delle scolte moria la voce : immoto 
Ciascun si stava a sostener la furia 
Degli elementi : e con la man tenace 
Reggeasi a un tronco, ad una pietra, a un cespo, 

credea rovesciato andar sossopra. 
Lacero e scarso ai corpi eran le vesti 
Dalla rabbia del ciel riparo; e letto 
Ai brevi sonni il terren duro. Il sole 
Torrido succedeva al tristo inverno 
Delle notti: e non sano e parco il cibo 
Mal bastava alla fame; ed alla sete 
L'acqua lontana o tetra, e guasto il vino. 

E molti egri giaceano. — All'arme, all'arme 
Or minaccia or sospetti irrequieti 
Chiamavano, e feroce ognor travaglio 

1 baldanzosi tra Lodrone e Storo 
Combattimenti, e le arrischiate imprese 
Davano all'alma, e i rintuzzati assalti. 
E nell'amor di Patria e negli stenti 
Duravano le vostre alme più forti. 

Qual premio avrà tanta costanza? Il tempo 
Il suo cammin persegue, ed aura lieve 
Di novella non giunge a rallegrarvi 
Con suono di trionfo. Una profonda 
Da tutte parti oscurità vi cinge, 
E sol par che vi resti incontro al fato 
L'animo invitto ... e la preghiera . . . Innalzasi, 



Di 



E spaziosa dalla vetta estrema 
La croce, di duo pin verdi composta, 
Signoreggia del monte: il sacro altare 
Fra rustico e guerresco è apparecchiato, 
E due ceri vi splendono: divoto 
In quiete solenne ognuno è intento 
Al sacerdote, che 1' Ostia di amore 
Nel tempio immenso dell'aperto cielo 
Offre al Dio de' redenti ... e non lontano 
Sta 1' inimico, e vede ... Oh la natura 
Con voi, prodi, consente alla divina 
Parola che dal sen dell'Infinito 
Pace reca agli umani, e li ricrea 
A vita fratellevole : ma fera 
L'Austria ripugna ai vostri voti. Ergete 
Il volo dell'affetto alla virtude 
Che sotto i rai dell' increato Sole 
Perpetua cresce e si rifa più bella 
Fra le tempeste. Una giustizia arcana 
Qui le vittime or conta, e le consacra. — 
Oh di ruine alto fracasso ! ! ! In volta 
Va 1' esercito sardo . . Un Re magnanimo 
E dagl' iniqui maledetto ha dietro 
Bella sventura il flagello incalzante 
Che il caccerà sino al sepolcro. Italia 
Dai campi della guerra e della speme 
Oscurati a ritrarsi in sé costretta 
Si disserra in funeste ire fraterne. 
E senz' argini corre e le sue spume 
Va imperversata a scellerar nel sangue 
La torba democratica, a lei dato 
Da traditor pugnale ... e tutto inonda ! . 



— 58 — 

Qual nuovo ardor si desta, e quali ascolto 
Bellici carmi ? . . Desiosi indarno . 
Siete, o forti, alle pugne; e indarno in campo 
Vi riconduce un vinto Re ... Ma tronche 
Di Carlo Alberto ai voti abbia le penne 
Una Erinni tremenda. Ei die sé stesso 
Tutto alla Patria, e rimarrà sublime 
Ombra ove cadde. E quando alfin placate 
Del ciel sian 1' ire, vincerà Novara 
Le future battaglie. Ite, o Lombardi, 
Emuli al grand' esempio, e consacrati 
Da provvida sventura. Ognor fu seme 
Di libertade il sacrifìcio, e Italia 
Sol dai martiri suoi la vita aspetta. 



^y 



— 59 — 
DI EMILIO FRULLASTI. 

AD libi 

MORTA NEL MDCCCXLVI. 



MDCCCL 



Povera Elisa, tu morivi! Olì quanto 
il Ciel fu pio, che ti rapi alle molte 
Sventure della Patria, e non di piànto 
Bagnasti le fraterne ossa insepolte. 

Visto non hai di liberiate il santo 
Vessillo all' aure sventolar due volte, 
Per due volte cader; colpa del tanto 
Furor di genti, o scellerate o stolte. 

Né vedesti colui, che t'arse il core, 
Irridere all'avverso italo fato 
Spietatamente nel comun dolore. 

Ah! se il vedevi tu ... . col seri straziato 
Morta saresti sì, non già d'amore, 
Ma di ribrezzo per averlo amato. 



— co 



DI LUIGI MUZZI 



A GENOVA. 

Madre del nuovo mondo, a cui le vene 
Fervon pe' nostri e pe' longinqui lidi, 
Dell'austriaco aggressore oggi ben ridi, 
Che vuol l'ausonie ribadir catene. 

L'italo suol non è per tigri e iene, 
Che lungamente se vi han fatto i nidi, 
Insegnaro anche a urlare Uccidi, uccidi. 
Senza paurosi rivoltar le schiene. 

L'ora è sonata dalla man di Dio: 

Non mai più guerre qual tra Mario e Siila 
Ma con chi non è noi, su noi sì rio. 

E, qual se vivo, ora dall'Alpe a Scilla 
Mostra al gigante, che ne ostenta oblio, 
La davidica fionda il tuo Balilla. 




61 



DI N.-F. PELOSINI 



LA BATTAGLIA DI NOVARA (*). 



Ecco un nitrir d'indocili cavalli, 
Un lampeggiar di brandi, un ululato 
Di feroci manipoli accorrenti 
Sul conteso Ticino. Alto rimugghia 
La valle; come quando Euro fremente 
Sveglia del truce pelago la vasta 
Ira, suonano i lidi e l'aere intorno 
Con immenso fragore. Urlano i monti: 
E surto in fretta l'alpigian stupito 
Guata il piano fumante e il fiero lampo 
Degl'ignivomi bronzi, e più s'ammira 
Del tuono orrendo che per l'aere suona. 
Chi pugna là? Qual furia empia a le stragi 
Infande e a le fraterne ire di sangue 
I ferrei petti incita? Oh non è questa 
Pugna fraterna! è l'ultimo romano 
Petto, che al ferro boreal contrasta 
La veneranda Italia. Oh viva, viva 
Ai liberi vessilli ! eccoli : ondeggiano 
Maestosi, e su lor sfavilla il sole 
Ardente. Italia, Italia i prodi gridano: 

) Dall' inno secondo del Carme inedito — La Gioventù '. — 



— 62 — 

E dove più serrata e minacciosa 
L'avversa schiera irrompe, ivi s'avventano 
Terribili a dar morte ed a morire 
Ferocemente. Ecco un destrier focoso 
Urta, rovescia, pesta, e via trapassa 
Insanguinando la ferrata zampa 
Ne' barbari atterrati: il cavaliero 
Che lo disfrena è fulmine di guerra 
Sterminatrice: innanzi a lui la fuga 
E lo scompiglio dissennato volano 
Precipiti : la morte e lo spavento 
Gli sono a tergo: ei sprona, urta, combatte. 
S'ammira l'oste de' gran colpi e cede 
Riversa : allor nel campo de la strage 
Il gran destrier trattiene, e con secura 
Fronte la pugna interrogando posa. 
È il re guerriero : or vedi come sfolgori 
Anco immobile! Un'irta selva il cinge 
Di nudi ferri e una sulfurea nube 
Gli sorge intorno e l'avviluppa : ei guata 
Minaccioso; e la fiera onda di Marte 
Solo tiene e respinge, e la cruenta 
Elsa non move ai poderosi colpi. 
Ove son le tue genti? ove i tuoi forti 
Campioni, o Patria mia? Combatte solo 
Il re? trepidi, muti o ne' loquaci 
Fóri assembrati quando il re combatte 
Stanno i tuoi prodi, © Italia? Alta mina 
Ecco t'incombe: vincitore ei solo 
Cede l'eroe dal sanguinoso campo 
Con te vinta e disfatta. Anco l'onore 
Perdesti, o Patria mia! — Ma volle il prode 



— 63 — 

Morir da re. Si scuote: e nuova lena 
Presa, e di sdegno e di furore ardente, 
Tre volte il gran destrier ne' duri sprona 
Manipoli irrompenti ed indietreggia 
Tre volte: lo rapian lunge da l'ire 
Vincitrici i suoi fidi, e soperchiate 
Gli additavan le schiere e al suol trafitti 
Passalacqua e Perrone. Allor dispera 
E cede al Fato il generoso: e suona 
Lacrimevole il tuo nome, o Novara, 
A l'ausoniche madri, da l' infando 
Giorno in che solo il re guerrier s'offri© 
Vittima a l' implacate ire straniere 



^ 




— 64 



AD UN RITRATTO DI CARLO ALBERTO 



Amor di Patria santo, o Re guerriero, 
Arde e lampeggia nel tuo pinto aspetto, 
E non desio di dilatato impero 
Coni' altri ciancia con bugiardo detto. 

Chi pria di te spronò regal destriero 
Del conteso Ticin nel dubbio letto? 
Chi pugnò? chi ferì? chi allo straniero 
Col proprio oppose di due tigli il petto? 

Chi, piombar vista la mina certa, 
L'italo onor salvò, morte cercando 
Tra l'armi ostili a la campagna aperta? 

Chi poscia da la Patria ramingando 
Scelse a morir con lei piaggia deserta 
E disperato s'addormì sul brando? 




PARTE TERZA. 



__ 07 — 
DI GIUSEPPE GIUSTI. 

LETTERA A LORENZO MARINI DI PESC1A. ( 

Firenze, 8 Aprile 1849. 
Mio earo Lorenzo , 

Le eose nostre sono precipitate daccapo, e molto più 
in basso che nel luglio del 48. La nazione non è morta, e non 
è morto il pensiero che 1' agitò e la mosse a tentare il suo 
riscatto; anzi questo pensiero ricacciato addentro nell' animo 
e tenuto lì iìsso e vivo dalle sventure si purificherà, si affi- 
nerà, scoppie rà fuori quando che sia, più forte, più univer- 
sale, più irresistibile. Tu sai che io non sono corso mai a 
sperare ciecamente, ma sai altresì che io non ho disperato 
mai, neppure negli anni di sonno apparente corsi dal 31 al 
47. I popoli come gì' individui nel passare da un' età ad 
un' altra sono presi talora da una specie d' atonia e di stu- 
pefazione, la quale gli fa credere più fiacchi che mai, nel 
tempo appunto che sono lì lì per risorgere a nuova vita e 
a nuova salute. È immagine di ciò la gravidanza della donna, 
piena di languori e di nausee ; e se guardi uno che sia com- 
preso da un alto pensiero, ti renderà figura di statua, an- 
ziché di uomo che "parli e si muova. Viceversa, un popolo 
percosso da una sciagura, dopo i primi dolori, i primi sgo- 
menti, torna a guardarsi d' intorno, rientra in sé stesso, ri- 
conosce gli errori e le colpe che ve lo strascinarono, e fatto 
senno è ripreso animo, si apparecchia più accorto e più si- 
curo, a rifarsi del danno, e riprendere il grado che gli spet- 
ta. Pensa quanto giovino le malattie a guarirti dalle spen- 
sieratezze e dalle intemperanze della prima gioventù, e pensa 
come 1' aver fatto male le proprie faccende, e V essere stati 
ingannati, spogliati e derubati, e' insegni a tener più conto 
della roba, e a guardarla e a difenderla dall'unghie degli altri. 

Due cose ci hanno nociuto principalmente : la poca e la 
soverchia fede in noi stessi. V una ci fece lenti e l'altra 
avventati. La prima alimentò e mantenne tra noi il gregge 

(*) Dobbiamo questa Lettera alla cortesia del signor Felice Le Monnier,il quale 
sta ora stampando 1' Epistolario di Giuseppe Giusti. 



— 08 — 

infinito degli increduli, dei titubanti, degli uomini che a forza 
di rinculare cascarono all' indietro; la seconda scatenò la fu- 
ria matta e scomposta dei presuntuosi, degli armeggioni, dei 
guastamestieri, i quali senza prima accertare il corso s' in- 
golfano in un mare burrascoso e incognito, senza scandaglio 
e senza astrolabio. Fate troppo, — gridavano gli uni standosene 
colle mani in mano; — fate poco, — urlavano gli altri e raspa- 
vano per raspare. — E noi tra il fate poco e il fate troppo non 
abbiamo saputo far nulla, e siamo riusciti a far peggio. Un'al- 
tra volta, se vorremo farci prò degli spropositi fatti, ci con- 
tenteremo di fare il possibile, e terremo a mente che il 
mondo è dei solleciti, e che il meglio è nemico del bene. 

L' esercito piemontese è stato guastato da due opposte 
fazioni. Dalla fazione che voleva tornare indietro, e che dava 
di pazzo a Carlo Alberto perchè perseverava nel proposito 
di riattaccare la guerra; — dalla fazione dei demagoghi che 
diceva ai soldati di non battersi per un Re, e con un Re, che 
sognava e faceva sognare d'insurrezione universale, la guerra 
dei popoli, e altre fantasie di questa fatta. Che ci è accadu- 
to ? ci è accaduto che la guerra è stata ripresa a malincuore, 
che sul campo di battaglia, di sessantamila uomini , non se 
ne sono battuti che ventimila , e che le armi italiane sono 
state annullate in tre giorni. Poni che le due Repubbliche 
Romana e Toscana non si sono fatte vive, a eterna nostra 
vergogna; poni i tradimenti veri, e i tradimenti inventati a 
comodo; poni Genova sottosopra, e il Piemonte confuso e di- 
sordinato ; poni lo stato incerto e vacillante dell' Italia cen- 
trale, e la minaccia imminente di un' invasione austriaca, e 
lo sfacelo di tutti e di tutto, e formati un concetto per il 
poi, se ti riesce, e vedi a che siamo ridotti per ora. Dico per 
ora, perchè non credo finita la cosa, e perchè sono sempre 
lì fermo a non volermi buttare per le terre. 

Qui si pencola tra la Repubblica, e il tornare dove era- 
vamo. Da un lato duole rinunziare alle proprie opinioni e al 
fatto proprio; dall' altro mettono in pensiero i Tedeschi che 
muovono alla volta dei nostri Appennini. Il Guerrazzi col 
Ministero e coi più dell' Assemblea e coi più del Paese o si 
tengono in corda , o accennano di venire a patti e fare di 
necessità virtù ; la cricca dei Circoli, gli avidi, i turbolenti, i 
disperati, -i pochi galantuomini che s'illudono tuttavia, arrotano 
gli ultimi ferri per irrompere alle cose estreme e scalzano i 
fondamenti al Guerrazzi, come gli scalzarono al Ridolfi e a) 



— 69 — 

Capponi. Sul cadere di un rivolgimento civile , chi più ha 
paura per sé, e più si getta alla disperata. I partiti più au- 
daci sono messi in campo sempre da coloro che sanno di 
aver dato mano più che altri a mutare lo Stato, e che stanno 
in sospetto di portarne le pene i primi. Appoggiati al pro- 
verbio, che dove tutti peccano nessuno è punito, cercano di 
fare affogar tutti, piuttosto che perir soli, scoprendosi in que- 
sta guisa amici di sé e non della Patria. Ma chi ha senno e 
cuore, visto di non poter salvare la Patria per quella via 
che s' era tracciata nella mente, la salva il meglio che può, 
col rinunziare se bisogna alle sue stesse opinioni; come fa 
il pilota còlto dal turbine, che per condurre la nave a sal- 
vamento, getta al mare le sue merci e le sue masserizie. 

M' accorgo d' averti scritto un gran letterone, e oramai 
piglialo com' è. Io che non scrivo mai un ette per la stampa 
giornalistica, né un ette delle solite bizzarrie, mi sfogo ogni tanto 
cogli amici che sono più indulgenti della folla che legge, chiac- 
chiera e non intende o non vuole intendere. All'Assemblea non 
ho voglia d'andare. Mi sono stati e mi stanno addosso perchè ci 
vada, e ho là un numero di amici ai quali mi duole di dover 
dare una repulsa, ma le cose contro coscienza io non le so fare. 
Dall' altro canto io sono nato per stare in platea, e chi mi 
caccia sul palco mi vuole annientato. Ho una fibra che di 
nulla si scuote e si scompiglia, e il tumulto dell' animo m' im- 
piglia la mente e la parola per modo, che io sentendo di 
avere da dire molto, finisco col non dir nulla. Andar là a 
balbettare, o a fare il piolo, non mi va né punto né poco ; 
e sebbene non abbia rancore con anima nata, ho provato il 
morso del lupo e mi basta. I tempi ci hanno dato ragione; 
ma io sempre fermo nella moderazione che ci è stata tanto 
rimproverata, mi guardo a più potere di farmene un' arme 
per ribattere chi ha voluto ferirci. Facciamo a mezzo del 
torto e della ragione, poniamo una pietra sul passato, e 
amici più di prima. 

Salutami Lello, e fate di tutto perchè il paese non sia 
disturbato da nessuno. capitanata dalle corone , o capita- 
nata dal berretto, la discordia civile è il pessimo di quanti 
flagelli possano percuotere il popolo. Addio. 



70 



DI EUGENIO FERRAI 



I>A SIMOH'IDR 

FRAMMENTO DELL ENCOMIO DE' GUERRIERI 
DELLE TERMOPILE. 



De' valorosi che trovar la morte 
Nelle tessale strette 
Glorioso è 1 nome e nobile la sorte* 
Un'ara è la lor tomba, 
Il lutto un ornamento 
E '1 lor compianto eterno monumento. 
Non vetustà quel sepolcrale ammanto 
Né domator di tutte cose il tempo 
Distruggerà; che questo è '1 santuario 
Del valore de' prodi 
Che fan Grecia gloriosa. 
E testimon ne resta 
Re di Sparta Leonida , 
Che splendor di virtute e nome eterno 
A' futuri lasciò nelle sue gesta. 



PARTE QUARTA 



73 



NOTA 



DEI MORTT DELL ESERCITO TOSCANO 
NELLA GUERRA DEL 1848. 



Acconci Alberto 
Angeletti Domenico 
Agostini Giovanni 
Amidei Giuseppe 
Arrighini Livornese 
Becheroni Achille 
Biagiotti Giovacchino 
Riarmi Pietro 
Rianchi Gaetano 
Rianchi Luigi 
Rianchini Romualdo 
Balbiani Eugenio 
Raliotti Pietro 
Baldi Angiolo 
Barlei Francesco 
Rarzacchini Francesco 
Rarzellotti Luigi 
Rechelli Alberto 
Renini Zenone 
Renozzi di Pontremoli 
Rerlinghieri fiorentino 
Rernardini Virginio 
Rernini Riccardo 
Rertuccelli Giorgio 
Roccardi Metello 
Ronuccelli Raffaello 
Ruonfanti Roberto canonico 
Rardi Lodovico 
Rorelli Pietro 
Rossi Samuele 
Rozzana volontario 
Brilli Lorenzo 
Rrunetti 

Rruscatini Ferdinando 
Camiciottoli Lorenzo 
Caprilli Silvestro 



Cartoni Bersagliere 
Ciarpallini Ellero 
Ciocchi Pietro 
Clementi Gian Batista 
Colzi Riccardo 
Comparini 
Comparoni 
Calosi Leopoldo 
Camagrani Ferdinando 
Caselli Paolo 
Catani Eugenio 
Cateni Cesare 
Ceccherini Alessandro 
Chiavacci Armando 
Ciaccheri 
Ciacchi maggiore 
Cialdi Giuseppe 
Ciani Ferdinando 
Cinganelli Michele 
Colombi Cesare 
Comasoni Ferdinando 
De-Gambron Emanuele 
Donini Paolo 
Diddi Tito 
Fabbri Carlo 
Foresti 

Franci Giovacchino 
Fratini Andrea 
Formichini 
Francia Giuseppe 
Franchini Giuseppe 
Freccia Clearco 
Fusi Giuseppe 
Fondi Ferdinando 
Fedeli Leopoldo 
Gasperini Cesare 



— 74 



Gattai Onorato 
Gavazzi Pier Francesco 
Giannini Antonio 
Giuntini Oreste 
Grassolino Eugenio 
Gualtierolfi 
Guangieri Salvatore 
Guerri Lorenzo 
Giacomelli Giovanni 
Ginnasi Giuseppe 
Grossi Angelo 
Guidi Francesco 
Ilari Luigi 
Innocenti 

Landucci Ferdinando 
Lenzi Giuseppe 
Livi Giovacchino 
Lorenzoni Costantino 
Lucchesi Giovanni 
Lucchesi Ermenegildo 
Lupi Costan-ino 
Lupichini Rinaldo 
Luppichini 
Lazzaretti Enrico 
Lotti Francesco 
Luti Raffaello 
Maffei Antonio 
Mancini Antonio 
Marchi Luigi 
Mattioli Tito 
Marchetti Tommaso 
Marcucci Niccola 
Marendi Niccola 
Marruzzi Niccola 
Martini Angelo 
Martinelli Luigi 
Mandanti Mariano 
Masetti 
Masi di Monte reggioni 
Masini Luigi 
Mazzei Alfonso 
Mazzoni Angelo 



Menabuoni Roberto 
Micheletti Pietro 
Molinelli Luigi 
Molli Liberato 
Monaldi Milziade 
Nosi Giovanni 
Nardini Giuseppe 
Nerli Ballati Giuseppe 
Newton Alfredo 
Nusiglia Lorenzo 
Pallini Michele 
Pananti Claudio 
Pelagatti Cristofaro 

^grPelagatti Lorenzo 
Pellegrini Francesco 
Pellegrini Costantino 
Petronici Alessandro 
Piccinini Pietro 
Poggesi Ranieri 
Pompei Gio. Antonio 
Paolo, detto Giuseppe 
Parrà Pietro 
Pavolini Domenico 

^Pelagatti Lorenzo 
Piantini Giacomo 
Picchi Tito 
Pierallini Francesco 
Pieri Giuseppe 
Pierolini Domenico 
Pierotti Luigi 
Pietrini Pietro 
Pifferi Pietro 
Pilla Leopoldo 
Pizzetti Ottavio 
Raspi Ottavio 
Rimbotti Giuseppe 
Rafanelli Ferdinando 
Renard Ulisse 
Righini Angiolo 
Rivi Stefano 
Rossi Alessandro 
Rossini 



75 



Sancirmi Giulio 
Scoti Cesare 
Sacchi Paolo 
Salvarelli Domenico 
Sambuchi Angiolo 
Sandrini Giulio 
Santini Luigi 
Santini Federigo 
Sarcoli Pietro 
Savelli Gaetano 
Scatarsi Luigi 
Scelli Pietro 
Sforzi Aristide 
Sforzi Temistocle 
Simoncini Pietro 
Solimeno Giuseppe 
Tellini Raffaello 



Tognocchi Giuseppe 
Tonacchera Andrea 
Trani granatiere 
Taruffi Cesare 
Tassi Cosimo 
Tomagioni Lorenzo 
Toti Torquato 
Taldi Giuseppe 
Vigiani Giovanni 
Viti Angiolo 
Vibriani Leone 
Vincenti Carlo 
Vincenti Marco 
Zei Raffaello 
Zellini Raffaello 
Zocchi Gaetano 
Zannoni Antonio 



AVVERTENZA 



Non possiamo garantire 1' esattezza di questa Nota, perchè le già pubblicate non 
sono concordi. Preghiamo cui spetta a provvedere affinchè si possa compilare una 
Nota esatta dei generosi Toscani che morirono nella guerra dell'Indipendenza del 1848. 



76 



ONORIFICENZE 



CONFERITE DA S. M. IL RE CARLO ALBERTO 
ALLE TRUPPE TOSCANE E NAPOLETANE. 



Croce de' SS. Maurizio e Lazzaro. 

Cav. Rodriguez tenente colonnello, comandante i Napolitani e 
Toscani in Goito. 

Cav. Bartolommei tenente colonnello toscano. 

Medaglia in oro al valor militare. 
Conte De-Laugier generale comandante le truppe toscane» 

Medaglia in Argento al valor militare. 
Cipriani Giuseppe ajutante allo stato maggiore. 
Decimo reggimento napolitano Abruzzo. 
Cantarella capitano — Valdara soldato — Cerasco soldato. 

Artiglieria. 

Contri capitano — De Gaspari foriere — Bechi cadetto — - Fron- 
zaroli soldato del treno — De Camps sergente de' bersaglieri vo- 
lontari — - Vitagliano capitano, comandante i volontari napolitani — 
Cialdini capitano 2.° reggimento toscano — - Lucchesi cacciatore a 
cavallo. 

MENZIONE ONOREVOLE. 

Giovannetti tenente colonnello — Di Villamarina capitano dello 
stato maggiore generale piemontese addetto al Generale De Lau- 
gier — Caminati capitano ajutante di campo — Catalano capitano 
nel reggimento Abruzzo — Chigi tenente colonnello, capo di stato 
maggiore. 

Ajutanti allo stato maggiore. 

Cipriani Leonetto — Fantoni — Peckliner — Mannelli. 
Zannetti chirurgo principale d'armata. 

Chirurghi di battaglione. 

Boncinelli — Venturucci — Pescetti ■— Vacca. 

Artiglieria. 

Niccolini tenente — Agostini idem — Calamai sergente — Ven- 
turini idem — Fantozzì caporale — Meini soldato — Alosi sol- 
dato del treno. 

Mussotti maggiore del battaglione universitario. 

Ferrucci capitano. 



Ti 



Bersaglieri volontari. 

Malenchini capitano — Letizi tenente — Giobbi soldato. 
Vollero capitano dei volontari napolitani. 
Fortini sotto-tenente ne' volontari fiorentini. 
Dei sergente idem. 

Volontari lucchesi. 

Allegrine capitano — Lucchesi tenente — Ripari idem — Giam- 
bastiani sergente — Guidotti soldato. 

Volontari pisani-senesi. 

Saracini tenente colonnello — Landi capitano — Tabani idem 
— Gelli tenente — Menichetti idem — Alberti idem — Fabbri 
idem — Pelli Fabbroni ajutante. 

Corpo del gemo. 

Poggi ingegnere — Giorgini idem — Pierantoni idem — Leo- 
ni idem — Moschi idem. 

Primo reggimento. 

Cecconi capitano — Malerbi ajutante maggiore — Traditi te- 
nente — Berlinghieri sotto-tenente — Pieroni sergente — Martini 
soldato. 

Decimo reggimento Abruzzo. 

Spiligato maggiore — Sejorsi tenente — Confalini idem — Su- 
sola alfiere — De Blasi idem — Morfìni porta-bandiera. 
Mayer capitano di stato maggiore. 
Cempini ajutante addetto allo stato maggiore. 
Castinelli capitano del Genio — Folini tenente del Genio. 

Artiglieria. 

Calvelli tenente — Colombini idem. 

Bersaglieri volontari. 

Grifi — Lemmi fratelli — Grimaldi — - Belzamelli — Mibelli — 
Boni — Onia. 

Volontari napolitani. 

Cicalese capitano — Torgianni tenente — - Preziosi idem — 
Vigna sottotenente — Immersi idem — Pastori idem — Cerri idem — 
Tengo Alfiere. 

Volontari fiorentini. 

Cucherini — Cesari — Visconti — Stelli. 

Battaglione Lucchese. 

Giovannetti ajutante maggiore — Del Poggetto sergente — 
Bernardini idem — r Berlini caporale. 

Secondo reggimento. 

Bracci capitano — Stefanelli idem — Simeon idem — Cal- 
velli tenente — Colombini sotto-tenente. 



— 78 — 

ONORIFICENZE 

DECRETATE DAL GOVERNO TOSCANO AI PRODI 
CHE COMBATTERONO A MONTANARA E A CURTATONE 



Al generale onorario Conte Cesare De-Laugier, comandante il 
nostro Corpo d' Armata, è conferita una Commenda dell' Ordine di 
S. Stefano, dell' annua rendita di lire seicento, per aver valorosa- 
mente resistito per molte ore alla testa delle nostre Truppe e Mi- 
lizie, e quindi essersi saputo aprire una ritirata , terribile pel ne- 
mico, ed onorevole per le nostre Armi. 

Sono nominati Cavalieri dell'Ordine del Merito sotto il titolo 
di S. Giuseppe: 

Il tenente colonnello Carlo Corradino Chigi, per avere adempito 
a tutti i doveri di capo dello stato maggiore , e supplito a quelli 
degli artiglieri morti, rimanendo, in conseguenza di grave ferita ri- 
portata sul campo dell' onore, privo della mano sinistra : 

Il tenente colonnello onorario Giuseppe Giovannetti, per la bra- 
vura dimostrata nel comando del campo di Montanara e nella 
successiva difficile e pericolosa ritirata : 

Il maggiore Spiligato del decimo di linea napolitano, per aver 
sostenuto bravamente V urto nemico finché rimase ferito : 

Il capitano David Caminati per aver avuto gran parte nella 
gloria di salvare tre pezzi d'Artiglieria : 

Il capitano Di Villamarina piemontese, ajutante al quartier ge- 
nerale toscano, per aver operato V accordo nei movimenti dei sin- 
goli corpi dispregiando ogni pericolo : 

Il capitano Giuseppe Niccolini, per aver comandato e ministrato 
pertinacemente alla sua batteria, quando i più degli artiglieri era- 
no periti sui pezzi, dai quali non volle allontanarsi, finché il san- 
gue che sgorgava dalla sua ferita non gli ebbe tolta ogni lena : 

Il capitano Leone Cipriani della guardia civica livornese, per 
aver supplito bravamente agli ufficiidi ajutante di campo durante 
il fatto d'arme esponendosi intrepido ai più gravi pericoli : 

Il tenente Giuseppe Cipriani della guardia civica livornese, il quale, 
bruciate le vesti ed il viso per lo scoppio d' una bomba, dopo aver 
indossati nuovi abiti tornava animoso sul luogo del combattimento, 
dove giungeva opportuno a soccorrere al generale De-Laugier cal- 
pestato dalla cavalleria, cedendogli il proprio cavallo : 



— 79 — 

Il capitano Vincenzo Malenchini dei bersaglieri volontari li- 
vornesi, per aver cooperato con la sua compagnia a salvare tre 
pezzi d' artiglieria insieme col capitano Gaminati. 

Vengono insigniti della Medaglia d' Onore in argento i seguenti: 

Il maggiore Belluomini pel suo sangue freddo mantenuto nei 
diversi pericoli affrontati : 

Il professore maggiore Mossotti. e 

Il professore capitano Ferrucci, del battaglione universitario pi- 
sano, per averlo guidato spontaneo ove maggiore era il bisogno e 
il pericolo: 

Il professore Zannetti pel suo maraviglioso amore pei feriti, 
cui assisteva con suo sommo pericolo : 

Il capitano Giuseppe Del Turco, per l'attività spiegata nello 
esaltare i soldati e rifornirgli di cartucce, e per aver fatto altret- 
tanto coi cannonieri : 

Il tenente Peckliner, per aver cooperato a salvare un obice e 
aver rifornito di cartucce i combattenti : 

Il tenente Venzi, ed 

Il comune Giobbi dei bersaglieri livornesi, pel loro concorso 
nel salvare un cannone : 

Il sotto-sergente Luigi Innocenti dei cacciatori del primo reg- 
gimento, per essersi slanciato valorosamente addosso al nemico 
colla bajonetta insieme con altri pochi soldati : 

Il caporal-foriere Elbano De-Gasperi d'artiglieria, perchè, strap- 
patesi le vesti che il fuoco consumavagli, nudo adempiva gli ufficii 
di cannoniere. 

Vogliamo finalmente che sia fatta menzione onorevole del vi- 
rile contegno tenuto in faccia al nemico, durante tutto il tempo 
del combattimento e della ritirata, dai seguenti individui : 

Gampìa, colonnello addetto allo stato maggiore. 

Ajutanii allo stato maggiore. 

Fantoni — Mannelli — Gempini — Mayer. 

Chirurghi. 

Boncinelli — Venturucci — > Pescetti =» Vacca. 

Bersaglieri volontari. 

De-Gamps, sergente — Grifi Due fratelli Lemmi — Grimal- 
di — Belzamelli — Mibelli — Boni — Onìa — Crespi — Riccomini. 



— 80 — 

Volontari Napolitani. 
Vitagliano capitano — Vollero capitano — Cicalese capitano — 
Forgiarmi tenente — Preziosi tenente — Vigna sotto-tenente> — 
immersi idem — Pastori idem — Cerri idem — Tengo Alfiere. 

Volontari Lucchesi. 

Giovannetti tenente ajutante maggiore — Ripari tenente — 
Giambastiani sergente — Del Poggetto idem — Bernardini idem — 
Bentini Caporale. 

Volontari Pisani-Senesi. 

Tabani capitano — Landi capitano — Gelli tenente — Meni- 
chetti idem — Alberti idem — Fabbri idem. 

Volontari Fiorentini. 

Fortini sotto-tenente — Dei sergente — Pelli-Fabbroni — 
Cucherini — Cesari — Visconti — Stelli — Feroci. 

Decimo reggimento napolitano Abruzzo. 
Cantarella Capitano. 

Artiglieria. 

Contri capitano — Calvelli tenente — Agostini tenente — An- 
gioletti idem — Calamai sergente — Fronzaroli idem — Venturini 
idem — Colombini sotto-tenente. 

Treno. 

Fronzaroli — Alosi — Meini. 

Genio. 

Castinelli capitano — Folini tenente — Giorgini — Poggi — 
Pierantoni — Leoni. 

Reggimenti di linea toscani. 
Melani colonnello — Matteini tenente colonnello — Bracci mag- 
giore - Cialdini capitano — Stefanelli idem — Simion idem — ■ 
Traditi idem — Malerbi ajutante maggiore — Calvelli tenente — 
Colombini sotto-tenente — Berlinghieri idem — Martini comune ~ 
Caramani idem — Pieroni sergente — Fraticelli sotto-sergente -— 
Parenti idem — Aratti caporale. 

Tutti gli uffiziali e soldati dei cacciatori dei due reggimenti. 

Cacciatori a cavallo. 
Balzani sotto-tenente -* Lucchesi Ernesto comune. 




A V VISO 




Di questa raccolta sono stati tirati mille esemplari. Il 
danaro che se ne ricaverà sarà dato all'Illmo Sig. Gon- 
faloniere di Firenze, perchè lo spenda per la guerra della 
indipendenza italiana. Il Raccoglitore renderà conto delle 
spese occorse e degli esemplari venduti. 

Dobbiamo far noto il nostro rincrescimento di non aver 
potuto valerci, già troppo essendo avanzata la stampa, della 
generosa offerta che quattro Tipografi fiorentini ci fecero 
dell'opera loro, quasi gratuita. Notisi per altro che anco 
lo Stampatore di questa raccolta, aveva rifiutato fin, di prin- 
cipio ogni lucro. 



— 80 — 

g$n Napolitani, 

Lano — Cical 





PREZZO— UN FIORINO 



Vendesi alle Librerie Paggi — Bettini — Ricordi e 
Jouhaud — Alla Libreria delle novità (Lung'Arno) — e 
al Gabinetto Vieusseux. 



* \